KAYAK IN LEGNO di Antonio Finizola

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Vista la precedente esperienza di autocostruzione con la canoa canadese “Blue Moon” citata su questo sito, mi sono cimentato, questa volta, con la costruzione di un kayak.

L’idea è partita un paio di anni fa quando, durante un’escursione sul lago, con la canoa canadese, conobbi Valter, un appassionato di kayak che mi ha coinvolto ad interessarmi a questo tipo di imbarcazione più veloce e leggera. Dopo numerose uscite e prove con uno dei suoi kayak decisi di provare a costruirne uno in legno.

Iniziai cercando su internet un pò di esempi di  autocostruttori e, visitando il sito di “Guillemot Kayaks”, trovai un modello che andava bene per il già collaudato sistema a  “scafo cucito” che poi modificai in ibrido, cioè metà a pannelli di compensato marino da 4 mm. e metà a listelli di samba da 5 mm. (sarebbe stato meglio di cedro). Per il progetto mi arrangiai trasformando in scala 1:1 quel poco di disegni che sono riuscito a trovare sul sito. Il risultato è un kayak da mare della lunghezza di mt 4,90 e una larghezza di 56 cm, dalla linea filante, tinto con impregnante Douglas e rifinito con vernice poliuretanica bi-componente lucida.

Per il nome mii è sembrato appropriato ”Ottobre Rosso” (non so perché… suonava bene).

Ecco le immagini delle varie tappe della lavorazione:

Disegno e taglio dei pannelli:

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Assemblaggio e cuciture:

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12 comincia a prendere forma!

Resinatura del fondo per renderlo più resistente:

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Montaggio di paratie e strutture di sostegno per applicare i listelli:

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Realizzazione dell’appoggiapiedi:

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Montaggio dei listelli:

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Tinteggiatura in douglas:

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Costruzione del pozzetto:

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 Coperchio del gavone:   

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Il solito marchio di fabbrica personale:

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Decorazione con decoupage della rosa dei venti:

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Elastico portaoggetti:

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Costruzione del seggiolino in legno di okoumè da 25 mm di spessore:

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Realizzazione maniglie sia a prua che a poppa:

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Costruzione pagaia groenlandese in pino con punte rinforzate in vetroresina:

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RISULTATO FINALE:

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Carrellino facilmente accessibile nel gavone:

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Maggio 2016: PRONTI PER IL VARO!

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Bagnato con birra insieme a mio figlio Marco “l’aiutante”.

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E’ molto filante e stabile, mantiene bene la direzione.

Sistemazione nel garage insieme alla già citata canoa canadese “Blue Moon”:

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 P.S.: è stato più difficile inserire il testo (non sono molto tecnologico).

Ciao a tutti!

 

 

 

ANCHE UN IMBRANATO PUO’ AUTOCOSTRUIRE

Non sapevo nulla di resine, nulla di come progettare una barca ne tanto meno di come leggere un progetto. Dalla mia il fatto -e non è poco- di abitare su un lago, con la mia spiaggetta “personale” e tanto tempo a disposizione ( insomma, un immeritato angoletto di paradiso )… Dimenticavo: una patente nautica presa in gioventù e rimasta in un cassetto a prender polvere.

Non sono “sportivo”, detesto le scuffie, il trapezio (questo sconosciuto) mi pare uno strumento di tortura. Mi son detto: “Forse un trimarano è quello che ci vuole, non devo pormi -più di tanto- il problema  di tenere la barca piatta e di scuffie spero di non sentirne più parlare”. Il mio tri doveva però essere leggero, dovevo poterlo mettere in acqua e tirarlo su da solo, al massimo con l’aiuto di un rullo d’alaggio. Ho lasciato praticamente marcire un vaurien proprio per la difficoltà di metterlo in acqua da solo, ed anche col laser faticavo non poco per tirar su l’albero e poi era troppo “sportivo” per i miei gusti… Alpa tris !?: carina, semplice, essenziale, ma lo scafo pesa e comunque ad ogni virata mi devo spostare ed il mio peso ha “un peso” sulla sua stabilità … no no no, ci vuole un bel trimarano. Risultato : ho venduto quasi tutto!!!

Parte la ricerca su internet…: pesanti, costosi, invelatissimi (astuz, magnum, virus ed altri nomi altisonanti da mari del nord, burrascosi e impegnativi): ormai sulla soglia dei 60, mi piace vedermi come un vecchietto calmo e sedentario. Non rimaneva che L’AUTOCOSTRUZIONE . E qui comincia l’avventura:

Progetti su internet !?, forse qualcuno, ma poco adatti a me e poi per via della mia colossale ignoranza risultavano tutti indecifrabili. Senza perdermi d’animo mi sono risoluto a farlo e basta, senza progetto: ho fatto un modellino (che vedete in foto) per capire come tagliare il compensato,

P1060214e mi è piaciuto !

 

 

 

anche gigi ,il barboncino di mia moglie, ha apprezzato.

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E VIDI CHE ERA COSA BUONA

   E FU SERA E FU MATTINA

 

Ora sapevo come tagliare il compensato……

rafIMG_1127.JPGpruaA3raf LATO 1 poppa

Non sapendo bene come giuntare il compensato, ho deciso di fare 2 mezze barchette della lunghezza di un intero foglio.

Le avrei giuntate poi con dadi e bulloni e un piccolo O-RING tra le due  per evitare l’ingresso dell’acqua. E poi le 2 strutture più piccole sarebbero certo state più maneggevoli.

Ora ci voleva un marchio di fabbrica.

A NO-NORTH SAILS

 

 

 

 

 

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OUI, JE SUIS TERUN !

 

 

 

E VIDI CHE ERA COSA BUONA

    E FU SERA E FU MATTINA

 

 

E vai, si comincia ad incollare :

A4prua 1

un bel pezzo di compensato un po’ più spesso a prua per unire i due fogli e che sborda dalle fiancate a mo di maniglia….

rafA5poppa 1. … e uno a poppa dove attaccare gli agugliotti

 

rafP1060268maniglia

e poi bagli/ordinate (?) per distanziare le fiancate.

e gli specchi di poppa/bagli massimi(?

P1060374

P1060343poi incollato il fondo, resina, resina, resina, e finalmente…

 

 

 

P1060485… la prima prova in acqua.

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                                        E FU SERA E FU MATTINA

Poi è arrivato il momento di dedicarmi agli amas, la mia tecnica si era un po’ evoluta e mi sono potuto permettere di stressare un poco il compensato dandogli una forma più aggraziata. Per farli ho usato la parte superiore dei fogli di compensato già tagliati che era avanzata dalle fiancate.

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poi l’alluminio, ed ho scoperto che si lavora quasi come il legno.

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fatto il timone ( ai miei occhi un “gioiello di tecnologia) ho cominciato a sentirmi

                                         ”bravino”                                                              

                                                                                                             

                                                                                                                                                                                                              

 

IMG_0441.JPG                                                         

                                                           

una volta coperti gli scafetti mi sono detto:

              “SONO UN DIO”

E VIDI CHE ERA COSA BUONA

E FU SERA E FU MATTINA

 

Al quinto giorno dio disse:

” Facciamo la coperta e mettiamola in opera “

è stato un disastro…. ho sbagliato i buchi, e la scassa della deriva, e ho dovuto rifare tutto, e corri a comprare un’altro foglio di compensato (ovviamente più spesso e più caro), e la resina tirava troppo in fretta, e non avevo abbastanza pesi per far seguire alla coperta la curvatura dello scafo, e vaffanculo a quando mi son sentito BRAVINO, e vaffanculo a sentirsi un dio…. cmq (come si dice adesso) sono sopravvissuto e soprattutto anche il tri ha superato il trauma -e non penso proprio che il buon dio ne abbia avuto qualche danno-IMG_0302.JPGIMG_0458.JPG

dimenticavo: deriva e albero sono stati posizionati a … naso, ancora non ho capito bene la teoria su centro velico e centro di deriva e rapporto tra di essi. Li ho piazzati dove mi sembrava più giusto… e dove la struttura dello scafo me lo permetteva. E soprattutto ho incrociato le dita confidando nella buona sorte.

Alla fine il risultato non sembrava malaccio

E VIDI CHE ERA COSA BUONA

      E FU SERA E FU MATTINA

Una delle cose più costose é stato far piegare le traverse in alluminio da un piega metalli professionale, praticamente fa solo quello, se il tubo fosse stato rotondo anziché quadrato, come il mio, dice che il risultato sarebbe stato perfetto…

Il piccolo armo della fedele alpa tris calzava alla perfezione. Niente sartie, niente stralli e paterazzi e vaffanculo senza nessuna fatica . tiè

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 il risultato è quello che vedete Lo scafo centrale è diviso in due metà tenute insieme da 4 bulloni ed è lungo circa 6 metri.
per “grazia ricevuta” (la fortuna dei principianti) la barchetta ha superato ogni più rosea aspettativa, va discretamente di bolina, +o- riesco sempre a virare e, meraviglia delle meraviglie col vento di nord e il lago piatto ha addirittura raggiunto la velocità di 10,7 nodi (secondo il gps che sta sul motorino). Insomma, passo le mie giornate (estate e inverno) andandomene a zonzo sulla mia amatissima barchetta per il lago di bracciano (rm) dove abito. ho poi aggiunto 2 lettini prendisole a mo di trampolini e tutto va che è una meraviglia, spesso anche in 3/4 persone.
 E VIDI CHE ERA COSA BUONA E GIUSTA (per me)
E FU SERA E FU MATTINA
e il settimo giorno mi sono riposato e da allora non faccio altro che spassarmela sulla mia amatissima barchetta e ricevo complimenti da un sacco di gente , il più gradito è stato quello del caro amico Marco il secco, che sempre dice che noi siamo fatti per una vela da pensionati, quando una sera tornando a casa con una leggera brezzolina ed un tramonto da paura, sbracati sui nostri lettini mi ha detto : ” A raf, questa non è na barca da pensionati, è proprio da handicappati ha ha ha ha.”.
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ORA SI CHE MI SENTO UN DIO, GRAZIE SPRAY, GRAZIE LUIGI.
P.S. dimenticavo: il mio tri, che ha un nome e un cognome, si chiama AntoniAstarte, con la pagaia da SUP e la tecnica della canoa canadese va dritta e veloce, faccio anche 4/5 miglia pagaiando in piedi da una sola parte, poi col motorino torqeedo fa 6 nodi e mezzo; quindi, anche in assenza di vento si va che è una bellezza… (come l’alpa tris…)

Osvaldo

Osvaldo è solo un nome di fantasia che ho dato a questa barca, in modo da poter interagire con Lei durante il suo restauro.
Tranquilli!!, non sono diventato matto, è solo che mi piace procedere in questo modo, quando “provo” a riportare al suo splendore giovanile una vecchia barca in legno, in questo caso costruita circa una quarantina di anni addietro.
Questa volta si tratta di un Motoscafo, un Signor Motoscafo con la “M” maiuscola, realizzato dal Cantiere Artigianale Clementoni Ennio di P.Potenza Picena in provincia di Macerata.

E’ stato costruito in compensato marino di mogano, di quello che si usava una volta…a cinque strati e con il certificato del R.I.na.!!

DSCN0028 Io mi ricordo…ero giovane ma mi ricordo!!!
A suo tempo, possedere una barca del genere era come possedere una Lancia Fulvia HF, (quelle che la Lancia ci faceva i Rally) oppure un Duetto dell’Alfa Romeo, giusto per fare qualche esempio automobilistico.

Ma veniamo a noi!!!

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Come ho già specificato sopra, trattasi di una barca costruita in compensato marino di mogano, ovviamente messa male, altrimenti non c’era bisogno di intervenire!!

Messa male specialmente nella parte poppiera, dove era parecchio marcia ed appunto malmessa.

Le murate, a poppa estrema presentavano una forte delaminazione, anche nella loro parte strutturale

Cosi come pure il pozzetto del motore, nella parete dove il motore viene serrato, era completamente marcio, mentre il resto presentava delle piccole ma diffuse chiazze di umidità.

Anche lo specchio di poppa presentava marcescenza diffusa, anche nella sua parte strutturale.

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La coperta poi merita una descrizione a parte, in quanto essendo stata precedentemente carteggiata di brutto e malamente, presentava in alcune zone anche abbastanza estese, l’asportazione totale del primo strato di mogano, lasciando apparire spudoratamente lo strato sottostante…che era, anche lui certamente di mogano, ma con la venatura esattamente perpendicolare a quella del primo strato, insomma non si poteva guardare!!!

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Anche la vernice utilizzata la stagione precedente, non era assolutamente compatibile con quella sottostante e quindi si era staccata un pò dappertutto, creando delle pelli svolazzanti ed antiestetiche e quindi a mio avviso, era consigliabile togliere tutti gli strati di vernice, fino a scoprire il legno vergine e quindi rifare il ciclo completo.

Ho trovato umidità nelle murate, dove queste vanno a formare lo spigolo con il fondo, sempre e solo nella parte poppiera ed in zone abbastanza circoscritte.

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Per quanto riguarda il fondo della barca, al momento non sono in grado di poter dire come sarà il suo stato, in quanto non ho ancora girato la barca, ma da quello che si può vedere dall’interno, non dovrebbe essere proprio malmesso…speriamo bene!!!

Ma adesso…. bando alle ciance e cominciamo a lavorare!! 

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Per prima cosa, in un restauro che si rispetti viene tolta tutta…..
ma proprio tutta, la ferramenta e tutto quello che luccica!!

Bitte, ganci, maniglie, modanature, ruota del timone e perfino la leva accellereatore-invertitore non hanno più segreti per me!!

Dopo aver fotografato e smontato, ho catalogato e messo il tutto da una parte a prendere polvere.

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Adesso la barca ha cambiato aspetto, non sembra nemmeno più Lei….ma lascia trasparire ancora tutta la sua bellezza e si può vedere chiaramente tutta la cura e la passione, con cui tanti anni fa è stata costruita.
Insomma lascia intravedere la sua Anima!!

Piano…piano comincio a smontare la coperta, che come già detto è messa male nel suo aspetto estetico, ma non nella sua parte strutturale.

Infatti è ancora ben ancoratIMG_20151126_145738a al suo supporto, tanto da farmi un po’ tribolare per toglierla, quasi non volesse lasciare lo scafo su cui era stata posizionata.

Per la nuova coperta, visto che a quanto pare non si riesce a trovare (almeno io non ci sono riuscito!!) un foglio di compensato di Mogano del colore e con la venatura compatibile con quello che stavo togliendo, ho pensato…credo a ragione di realizzarla con uno strato di compensato marino di okumè dello spessore di 4 mm. sul quale andrò poi ad incollare con resina epossidica addensata con silice pirogenica, un foglio di massello di Mogano Sapeli dello spessore di circa 4 mm. che una volta carteggiato, si ridurrà a circa 3/3,5 mm.

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Ovviamente questi fogli di massello saranno più di uno, ma saranno rigorosamente ricavati tutti dalla stessa tavola.

La vecchia coperta invece, era stata costruita a settori, montati in modo speculare sia sulla dritta sia sulla sinistra.
Partendo dalla prua ho smontato un settore per volta a dritta e a sinistra e procedendo verso poppa, prima di togliere quello successivo, ho provveduto ad incollare il foglio di compensato di okumè.

Con questo sistema, ho evitato di togliere la coperta tutta in una volta, cercando di prevenire un eventuale, ma possibile movimento di svergolatura dello scafo.

Con queste vecchie Signore, bisogna andarci cauti e tenere conto di tutto…sono permalose e difficili da maneggiare!!

continua……

Una vela Aurica… che non è un’Aurica !

 

Una vela Aurica… che non è un’Aurica !
Per il Cat,  che spero finalmente quest’anno di finire, e con l’aiuto di mia moglie, mi sono costruito anche la vela.
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Grazie anche al prezioso aiuto di Mario Marti, sempre disponibile a darti una mano , ho voluto cimentarmi in questo lavoro, usando il Lankotex di Cantierino, in quanto ho pensato che,  per male che
vada,   rischi solo quattro soldi ma l’esperienza è sicuramente positiva.
Mi sono disegnato una vela, che è un compromesso con una Aurica,  ma non lo è completamente  in quanto ha un picco molto piccolo  ( circa settanta centimetri ) ed è anche nel complesso diversa.
Per lo scorrimento del picco sull’albero non ho utilizzato la cosidetta gaffa. Primo perchè non ho un buon ricordo di questo particolare che usai nella prima barca e secondo perchè ho il brutto vizio di fare
le cose in maniera diversa da come solitamente vengono fatte. Naturalmente senza per questo pretendere di farle meglio.
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foto 1    Uso una sola drizza per issare contemporaneamente randa e picco.
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foto  2   La foto mostra il terminale della penna della randa che è formato da due sottili lamiere di Alluminio  e tra queste viene rivettata la Vela ( qui provvisoriamente con viti ).
In questa foto il picco ,  ottenuto molto semplicemente da un tubo di Alluminio di mm.25 di diametro ,  è posizionato fuori dalla tasca ricavata nella Vela.
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foto  3   Il picco infilato nella sua tasca.
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foto  4   La parte terminale del picco con occhiello per mettere in tensione la Vela.
Il picco, secondo la mia idea, potrà essere armato fin dall’inizio della inferitura della Vela nell’albero, oppure solo quando la Vela avrà raggiunto forse due terzi della lunghezza dell’albero ( in modo da poterlo
manovrare stando in piedi alla base dell’albero stesso).
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Questo sarà possibile in quanto la parte in alluminio del picco è svincolata dal terminale in legno ( foto 5 ) e quindi si può infilare nella tasca in qualsiasi momento, non necessariamente cioè prima di issare
la Vela.
Spero in seguito di poter confermare il buon funzionamento che fin qui si è rivelato.
Renato Scolaro

La Riparazione di una carena in vtr di Luigi e Walter

Abbiamo un bel compito: riparare un bel danno sul fondo della carena rigida del gommone del circolo.

Il danno nello scafo

Com’é successo? ”Mettendo il gommone sul carrello , quelli che tiravano – brutte bestie – non avevano centrato il rullo e la carena ha strusciato sul supporto – ben spigoloso – del rullo che alla fine della strusciata ha sfondato”

Effettivamente il danno appare essere originato per la descrizione che è stata fatta. Ma non ci accontentiamo….

Approfondiamo l’indagine e vediamo che la parte a prua della falla é molto elastica mentre immediatamente a poppa della falla insiste una contro-stampata con una semi-paratia.

Ecco il motivo del danno….

Dove il supporto del rullo ha sfondato la vtr era una parte probabilmente già delaminata e quindi assai meno resistente. Le sollecitazioni della parte più elastica si scaricano nel punto dove appoggia la paratia controstampata. Chiaramente questi diventa un punto critico e va adeguatamente rinforzato. Purtroppo il cantiere o il progettista non hanno previsto questa eventualità.Disegno rappresentante il danno

Comunque dobbiamo fare una riparazione molto robusta anche in considerazione delle sollecitazioni che verranno dall’ impatto con la superficie del mare specialmente in fase di planata. Continue reading

La costruzione in Strip Planking, di Ted Warren

Perché lo Strip Planking?

Lo strip planking è un metodo di costruzione leggero e resistente perché il legno ha funzione sia da “core” (ndt anima interna del sandwich) che di materiale strutturale per gli stress longitudinali di curvatura causati dal carico dell’attrezzatura e dal mare. Il legno incollato con epossidica è un materiale strutturale moderno con una resistenza e durezza per peso maggiore dell’acciaio, alluminio o vetroresina. Dick Newick dice che se il legno fosse un materiale inventato l’avrebbero chiamato Miracle Fiber W.

Quale Legno?

Il cedro è un eccellente materiale per l’anima del sandwich. Io uso il Western Red Cedar ma comunque la principale caratteristica richiesta è che sia leggero e si incolli bene con l’epossidica.
Secondaria caratteristica richiesta è che sia resistente a marcire e che sia piacevole da lavorare. Meade Gougeon commenta che il legno denso ha più fibra e di conseguenza più durezza e resistenza. Continue reading

Vela alare morbida e terzarolabile

 

La vela che ho costruito ha la forma di un fagiolo e quindi ha senso il nome di MR BEAN che ho dato al mio nuovo trimarano 10′.

La realizzazione che presento in quest’articolo è una vela  tridimensionale costituita da una struttura composta da 11 centine che ruotano attorno ad un albero non insartiato. Le centine danno forma ad un tessuto leggero per spinnaker. In questo tipo di vela non è il taglio del tessuto che dà la forma perchè il tessuto riveste semplicemente la struttura che è fatta dalle centine che scorrono sull’albero.

Nel disegno le centine sono indicate in pianta ma posizionate alle loro relative quote

Nel disegno le centine sono indicate in pianta ma posizionate alle loro relative quote

La centina è formata da due parti: la prima a forma di goccia è un sandwich di pvc e carbonio che accoglie due stecche unite in balumina.

La centina nelle tre configurazioni.

La centina nelle tre configurazioni.

Nell’immagine si vede la centina costituita da un elemento a ‘goccia’ in sandwich con un foro ad asola dove un tubo a sez. circolare (albero) può disporsi. In verde le stecche a sez.circolare di diam.4-6mm che sono inserite nelle opportune tasche del tessuto (come in una vela tradizionale). Due tubicini incollati ai bordi della centina dentro le quali scorrono le stecche principali. Un elastico che tiene sempre in tensione il tessuto che circonda la centina. Quando si lascano le due cimette il profilo è simmetrico, quando si lasca la cimetta sopravento e si cazza quella sottovento la centina assume la forma del profilo Naca. E’ logico che con una “goccia” di un’altra forma e con centine secondarie con altre lunghezze si possono avere altri profili. Grazie ai tubicini le stecche possono essere legate sul bordo di uscita e non devono scorrere come ho sempre visto.

La centina, le stecche e le cimate che regolano l'asimmetria della forma del profilo.

La centina, le stecche e le cimmette che regolano l’asimmetria della forma del profilo.

 

La vela può essere issata con una normale drizza ed ha la possibilità, mediante due cimette cunnigham-vang che tendono la vela verso il basso, di posizionarla come si vuole rispetto il centro di deriva.

La vela ancora ripiegata.

La vela ancora ripiegata.

All’interno delle ‘gocce’ ci sono dei fori che sono fessure sempre più lunghe mano a mano che si va dall’alto verso il basso. In questo modo la vela può essere spostata rispetto l’albero interno.

Vista interna della vela. Si vedono le centine e l'albero.

Vista interna della vela. Si vedono le centine e l’albero.

La centina inclinata che funge da boma  sarà la più robusta perchè scatolata , così come la centina di penna.  Bastano due paranchini per tensionare il tutto.

Fasi costruttive della centina/boma

Fasi costruttive della centina/boma

Il boma scatolato.

Il boma scatolato.

Lo svergolamento è perfettamente controllato da due cimette che passano attraverso tutte le centine. Lascandole si crea lo svergolamento desiderato. Se si cazzano , rendono la balumina perfettamente retta. La vela può essere ridotta di superficie con due mani di terzaroli che possono essere prese grazie a cerniere molto robuste. La vela  ridotta  conserva una forma molto pulita, perchè il tessuto che avanza è nascosto all’interno.

 

La vela con una mano di terzaroli.

La vela con una mano di terzaroli.

Di seguito alcune immagini delle varie fasi costruttive della vela.

201338144332_IMG_3611 201338144342_IMG_3612 201338144427_IMG_3615 201338144436_IMG_3616 201338144414_IMG_3614 201338144445_IMG_3617 201338144454_IMG_3618 201342134426_IMG_3668

 

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Impressioni sul rendimento della vela:
1) la barca stringe bene, ha lo stesso angolo di un monoscafo.
2) velocità attuale con venti leggeri inferiore a quella di altri trimarani. E’ previsto un miglioramento del profilo naca con uno più “grasso”
3) velocità al traverso/poppa superiore ( secondo me) a quella degli altri ecc. credo perchè uso sempre la modalità laminare e non la semplice spinta sul tessuto.
4) indispensabile avere un segnavento perchè l’ala non da indicazioni sul cambio di direzione del vento o altri segnali tipici delle vele non steccate.
5) la compensazione dell’ala (area a prua dell’albero) ha aspetti positivi come quello di essere meglio disposta di poppa agevolando le strambate ( probabilmente diventeranno un ricordo le straorzate) e non ti fa sentire molto la scotta di randa ( per cui ti dà un falso senso di sicurezza) ma al contrario è molto più sensibile alle onde che fanno ondeggiare l’ala disponendola con angoli a caso rispetto il vento e facendo improvvisamente diminuire la velocità. Quando arriva l’onda (con poco vento) è meglio tenere il boma direttamente con le mani
6) grande senso di sicurezza per il fatto che l’ala si dispone anche a 180 gradi (con baluminina tutta verso prua) sventando eventuali raffiche di poppa e può prendere due mani di terzaroli in navigazione oltre al fatto che si può ammainare.
7) velocità di montaggio avendo boma incorporato e non avendo strallo e sartie.

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Banco Sega

Utilizzando una sega circolare manuale molto poco utilizzata ho costruito un banco sega che nulla ha da invidiare a quelli proposti nei vari Hobby.

La qualità del taglio è discreta considerando che la finitura è strettamente legata al numero di denti .

Questa è la sega utilizzata :

La dimensione del banco/sega in altezza è volutamente contenuta per i soliti problemi di spazio. Mentre il piano di taglio vero e proprio è sufficientemente ampio quando viene aperto completamente.

Il sistema di fissaggio della squadra è discreto e garantisce una buona precisione nel pezzo tagliato. Naturalmente si tratta sempre di tagli che non possono
essere raffrontati con macchine professionali ma, a mio avviso, adeguati ai nostri lavori.

La sporgenza della sega circolare e quindi la profondità di taglio è di  circa 60 mm. per una sega del diametro di 170 mm. Credo più che sufficiente.

Non credo si tratti di un lavoro di particolare impegno ma , sono certamente disponibile per fornire maggiori dettagli a chi me ne farà richiesta.

Renato Scolaro

 

Eccoci qua!

Aside

Stiamo lavorando per Voi…
macchè!
Stiamo lavorando per NOI.

Un po’ per svecchiare.. un po’ per migliorare l’accessibilità e un po’ per… insomma : così dovrebbe andare meglio.
A dire il vero non ci abbiamo capito molto ma piano piano cerchiamo di imparare RIGOROSAMENTE da soli (e sennò che autocostruttori siamo?).
..e piano piano cercheremo di inserire il materiale vecchio mentre per il nuovo ci stiamo organizzando.
Chiunque può contribuire con la sua esperienza. Ci può scrivere al contatto e gli verrà attribuita una pwd per accedere ad una pagina che potrà gestire a piacimento.
Chiaramente il tutto sarà/dovrà esere controllato dal wm perchè non ci va di finire in gattabuia o doverci dare alla latitanza (ci abbiamo famiglia).